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Dopo le giornate in giro per il Salar de Uyuni e l’Atacama boliviano,  in compagnia della guida Luis e dei compagni brasiliani termina il periodo boliviano. Bisogna continuare a scendere. La successiva tappa è la cittadina di Villazon, che ho sempre pensato fosse argentina ed invece è posta proprio al confine boliviano di fronte all’altra cittadina, stavolta si argentina, La Quiaca.

A Villazon arrivo verso le otto di mattina. Sembra una cittadina molto viva, piena di piccoli negozi e del solito gran fracasso cittadino tipico del Sudamerica. Pozzanghere, auto, motorini che invadono le strade, io sono mezzo addormentato ancora, e la giornata è una gran bella giornata piena di sole. Appena sceso dal bus con gli zaini mi incammino verso la frontiera. Di solito, ma già me lo avevano detto, la mattina alla frontiera c’è sempre il caos più esagerato che mai, quindi prima si arriva meglio è. Intanto qualcuno mi vuole vendere un biglietto per Buenos Aires, con partenza entro due ore. Prezzo vantaggioso ma rifiuto. Me ne pentirò qualche giorno più tardi.

Frontiera di Villazon (Bolivia)

Si ritorna a fare la fila alla “migracion”, prima quella boliviana per uscire dalla Bolivia, poi quella argentina per entrare in Argentina a La Quiaca. Durante la fila si incontra sempre bella gente con cui è un piacere scambiare quattro chiacchere. Dalla signora argentina comunista convinta, che mi racconta dei suoi avi italiani, critica Macri e rievoca con orgoglio il periodo dei Montoneros, ai due motociclisti venezuelani anti-Maduro, che stanno girando in moto tutto il Sudamerica e che ogni volta arrivati a qualche frontiera nazionale devono fare due volte la fila a causa delle moto. Dopo aver superato la frontiera boliviana, passo in quella argentina, dove riesco a far passare due sacchettini di foglie di coca, ma sapevo già che in questa parte dell’Argentina non vi fossero particolari problemi. Le foglie di coca vengono usate e vendute per la strada sia dal lato boliviano che argentino. Ho qualche bolivianos che seppur accettato devo scambiare in pesos argentinos. Mi incammino verso il terminal quando noto un ragazzo che avevo visto già durante la fila e poi l’avevo visto andarsene, e in quel momento mi si ripresenta davanti in territorio argentino; è spuntato fuori all’improvviso dai campi adiacenti il posto di frontiera. Gli chiedo “Ma quando hai fatto la fila?”. “Non l’ho fatta”, mi risponde,  e continua ___“Sono da tre anni in giro per il Sudamerica e dopo avere fatto qualche frontiera regolarmente, facendo ore di coda, ho deciso di non farne più, mi sono stancato, c’è sempre una strada vicina libera e poi oggi non volevo perdere tempo facendo la fila, ho voglia di ritornare dalla mia famiglia a Buenos Aires”. “In Cile non saresti passato” gli rispondo. Lui ride “ Lo so!” dice.

Lascio l’amico argentino e mi dirigo verso il terminal del bus. Voglio andarmene da qui, voglio arrivare subito a Buenos Aires. Nel frattempo colpo di scena. Girava già la voce durante la fila ma arrivando al terminal ho avuto la conferma del fatto che c’è stata una forte alluvione nella cittadina di Vólcano, che si trova proprio sulla strada per Jujuy, la ruta 9, quella che deve portarmi a Buenos Aires alla svelta. Quando si dice “sono fortunato”. Una frana dovuta alla copiosa pioggia caduta nei giorni precedenti ha generato una catastrofe. Cittadina sott’acqua, strada chiusa e i bus non partono. È il 10 di gennaio e devo rimanere qui almeno una notte. L’operatore dell’agenzia mi assicura che partono l’indomani. Compro il biglietto, visto che c’è già tanta gente. Alcuni optano per andare a Salta. Io resto lì.

Non mi dispero ma è pur vero che a La Quiaca non c’è nulla. Un parco, una chiesa di colore fucsia, una strada che taglia la cittadina in due e sale fino al terminal dei bus. Di giorno caldo, di notte freddo. Sette gradi alle 22, e al bancomat c’è una fila che neanche in Venezuela la trovi ma buone empanadas.

La Quiaca (Argentina)

Intanto con il passare delle ore, la cittadina di frontiera, che sembrava una estensione del deserto, zona di passaggio, si trasforma in una cittadina turistica. Il Terminal viene invaso da gente che aspetta e che spende i soldi rimasti presso i numerosi venditori ambulanti. Le empanadas vanno a ruba. Sono fra quelli. Scambio i bolivianos in pesos con un cambio discutibile. Ovviamente tutti cercano di fare business alla frontiera. Ristoranti e hotel si riempiono in poco tempo. Riesco a trovare un hotel con ristorante annesso per 250 pesos per notte, circa 17 euro in quel momento, perchè come si sa alla moneta argentina piace molto il tango. Il giorno dopo ritorno al terminal per avere notizie, ma semplicemente non c’erano notizie. Non si parte e basta. Vago per la città che di notte è senz’altro poco rassicurante. Il terzo giorno volevo andarmene a tutti i costi. Vado al Terminal che intanto prende sempre più le sembianze di un centro di accoglienza e resto lì ad aspettare. Chiedo informazioni, facendo vedere il biglietto, mi dicono che devo aspettare. Va bene, aspetto.

al Terminal Bus di La Quiaca

Intanto un argentino con la famiglia con cui avevo scambiato qualche parola poco prima, parla con l’operatore di viaggi che gli aveva venduto i biglietti per sé e la sua famiglia due giorni prima. All’improvviso di fronte alle risposte vaghe dell’impiegato della società di pullman, il “ribelle” impazzisce e sferra una manata contro la vetrata dell’agenzia. Si taglia, molto sangue, urla disperate, sue e della moglie con in braccio il figlioletto. C’è vetro a terra. Arriva la polizia. Panico generale, come nelle migliori tradizioni argentine. Come mi dissero a El Calafate, durante la dittatura degli anni ’70, l’argentino a differenza del cileno che stava zitto e abbassava la testa, cercava sempre lo scontro, difficile placare un argentino nervoso che lotta per i propri diritti. Così quella mattina al Terminal, la situazione degenera in breve tempo, il ragazzo argentino non aveva più soldi per stare a La Quiaca e in lacrime ripeteva urlando la stessa cosa varie volte all’impiegato “Non ho più soldi e non mi dai una soluzione”. Alla fine ha fatto la cosa più stupida ma al tempo stesso gli è valsa la restituzione intera del valore del biglietto acquistato, impietosendo gli impiegati dell’agenzia ed evitando così il 30% di penale. La storia finisce lì, tutto ritorna alla calma fino alla prossima rissa. Dopo un altro po’ di attesa, ci comunicano che sono in arrivo 3 pullman diretti per Buenos Aires, ma ancora regna estrema confusione sui posti da assegnare. C’è gente in attesa da due giorni, prima di me. E così si aspetta ancora. Tanta pazienza, ma alla fine riesco ad entrare sul secondo pullman.

Si parte finalmente.

A proposito dell'autore

Mi definisco un liberal o liberale di sinistra. Mi sento ateo e credo nel progresso. Non sopporto i conformisti e le convenzioni sociali ma accetto che tutti possano esprimere la propria libertà. Difendo i diritti civili, vorrei che la gente fosse meno qualunquista e superficiale. A volte mi sento così elitario che mi sorprendo di avere degli amici. Quando posso attraverso l'oceano, il Sudamerica nel cuore. Prima o poi virerò a destra.

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