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Tuol Sleng

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Tuol Sleng Genocide Museum, è una testimonianza del genocidio cambogiano, forse mai troppo celebrato nel ricordo dalla comunità internazionale. Fu un liceo prima di diventare uno dei principali luoghi del mondo dove si è perpretata una violenza inaudita a danno di un popolo inerme. Il periodo in cui questo luogo di sterminio è stato utilizzato dai khmer rossi, per rifondare la società cambogiana, va dal 1975 al 1979. Chiamato Ufficio di sicurezza 21, divenne per tutti S-21, ospitò fra i prigionieri circa 17 mila persone di cui soltanto 7 riuscirono a salvarsi. Ai reclusi della prigione venivano effettuate torture di tutti i tipi allo scopo di estorcere chissà quali confessioni o complotti ai danni dei khmer rossi. Le torture riguardavano violenze di ogni tipo, immersioni nell’acqua, scosse elettriche, ferite con arma da taglio, fustigazioni a sangue. Ai prigionieri strappavano pure le unghie e i denti. Ci furono almeno tre periodi in cui operò questa prigione. Prima la S-21 annoverava fra i suoi prigionieri i traditori dei khmer rossi, ex membri o soldati, collaboratori del regime di Lon Nol e i loro familiari. Poi fu il periodo degli intellettuali e della classe borghese in genere. Per ultimi i controrivoluzionari che avevano complottato per rovesciare Pol Pot. È bene precisare che nessuno o quasi era colpevole di qualcosa. Le confessioni arrivavano solo dopo tortura. I khmer rossi volevano soltanto uccidere. Rifondare la società, distruggendo le classi sociali ed in particolare la borghesia, obiettivo preso alla lettera da quello che aveva studiato Pol Pot a Parigi. Ecco che vengono chiuse scuole, abolita la moneta e le banche. La Cambogia doveva ritornare essenzialmente agricola. Gli intellettuali, le persone con gli occhiali, visti come un pericolo per lo sviluppo della nuova società khmer, dovevano essere eliminati. Anche i bambini e le donne in gravidanza non venivano risparmiati. Alcune donne vennero uccise su una sedia a cui era collegata una manovella con una vite che bucava il cranio. Tutti uccisi fra atroci sofferenze. Chi si salvò come Vann  Nath lo fece grazie alla sua arte. Dipinse quadri per salvarsi, quadri che raccontano ciò che vide ogni giorno ed in ogni momento della sua reclusione. La sua testimonianza viene raccolta insieme ai secondini della prigione, nel documentario del regista franco-cambogiano Rithy Panh, S-21 la macchina della morte dei khmer rossi. Fra i prigionieri uccisi, ci furono non solo cambogiani, ma anche vietnamiti, francesi, australiani e americani. Di questi ultimi, i loro corpi vennero bruciati.

 

Letture

S-21: Nella prigione di Pol Pot di Piergiorgio Pescali

Video

Urla dal silenzio di Roland Joffe – 1984
L’immagine mancante
di Rithy Panh – 2013
S21 La Macchina della morte dei Khmer Rossi di Rithy Panh – 2003
Per primo hanno ucciso mio padre di Angelina Jolie, prodotto da Rithy Panh – 2017

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