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Il 9 novembre 2015 ricorre il ventiseiesimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino. Dal 13 agosto del 1961, anno di costruzione del Muro di Berlino, molti provarono ad andare dall’altra parte e non era affatto un’impresa semplice. Un muratore di appena diciotto anni, Peter Fechter  pensò insieme ad un amico di fuggire da quel mondo oppressivo che era diventata la Germania Est (DDR). Aveva già capito a diciotto anni che quello non poteva essere il paese in cui vivere, un paese che lo privava delle libertà più elementari. Progettò quindi di scavalcare il muro nascondendosi di fronte alla zona del Check Point Charlie e il quartiere di Kreuzberg. Il Muro di Berlino in quella parte della città già prevedeva due muri paralleli non molto alti (in seguito furono rialzati) divisi da una larga porzione di terra, conosciuta come la striscia della morte. I dati ufficiali raccontano che almeno centotrentatré persone persero la vita cercando di attraversare la striscia e andare all’Ovest, ma furono inevitabilmente uccise dalla polizia di frontiera della DDR. Era un reato scappare. Altre fonti non ufficiali parlano di più di duecento vittime. Cinque mila in ogni caso riuscirono a raggiungere Berlino Ovest ingegnandosi, con i mezzi più impensabili.

in memory of Peter Fechter

voleva soltanto la libertà..

Ma Peter Fechter non ce la fece. Dopo aver superato la prima barriera di cemento e aver attraversato la striscia di terra  insieme al suo amico che lo precedeva, proprio mentre si arrampicava sul secondo muro, venne colpito al bacino dalla polizia di frontiera e cadde ferito a terra. Resto lì agonizzante e morì dissanguato. Nonostante le sue richieste di aiuto, nessuno intervenne. Fu lasciato lì un’ora. Nessuno fece nulla. La polizia di frontiera dell’est non si mosse per paura di eventuali ritorsioni da parte dei frontalieri dell’ovest ma Peter era in territorio dell’est quindi spettava a loro fare qualcosa. E in effetti qualcosa fecero ma solo dopo che morì. Andarono a riprendersi il cadavere.
La rivista americana Time titolò “Muro della vergogna” e una profonda indignazione si diffuse fra gli abitanti della parte ovest anche contro i soldati americani che inermi restarono a guardare.
Dal 1999, una colonna di metallo sulla Zimmerstraße ricorda il ragazzo dell’Europa che voleva la libertà.

Morì per colpa di un sistema politico che proibiva a chiunque di lasciare la DDR, un sistema che ti creava e ti annientava dentro e ti proibiva una vita privata, si diventava schiavi, spiati e controllati da uomini che facevano questo di lavoro. Duri interrogatori, carcere e uccisioni. Tutto possibile con l’aiuto della Stasi, il Ministero della Sicurezza, che esercitava funzioni di polizia in ambito di sicurezza e spionaggio, spietata al punto di creare una fitta rete di informatori e impiegati che giorno dopo giorno seguivano, controllavano, imparavano a conoscere il traditore della Patria, il sospettato, con appostamenti, intercettazioni ambientali, telefoniche, fino ad eliminarlo anche fisicamente se era il caso. La rete degli informatori era per lo più costituita da cittadini che venivano reclutati in cambio di una possibilità di riabilitazione all’interno del sistema della DDR. La Stasi, per la sua abilità nello spionaggio non mancò di avvicinarsi, dando supporto, ai terroristi della RAF della Germania Federale.

Peter Fechter fu la ventisettesima vittima dell’assurdità di creare un muro di divisione, per giunta fra persone della stessa nazione, se mai ci fosse un motivo valido per crearne uno fra persone di nazioni diverse. E ce ne furono altre centosei di morti così strazianti e ingiuste. Tutte avevano un unico fattore comune: voglia di libertà.

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