No Borders

By Bus

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Il fatto che buona parte dei vietnamiti non parli l’inglese ma neanche ad un livello base, può creare non pochi problemi a noi europei persi nel sud-est asiatico. I soli che parlano inglese sono i dipendenti di strutture ricettive e i pusher. Loro, ho cominciato ad incontrarli a Hué, e poi ad Hoi An ed Ho Chi Minh City. Difficile pensare di voler studiare il vietnamita ma riesco a capire i cittadini di Hanoi che provavano a parlarmi vietnamita, forse sperando che io potessi rispondergli con qualche parola. Dal loro punto di vista hanno pure ragione visto che sono io che vado nel loro paese, quindi avrei dovuto sapere qualcosa della loro lingua. So dire soltanto grazie. Se mai qualche vietnamita dovesse venire in Italia non pretenderò che sappiano l’italiano, mi basterà qualche parola in inglese.

Dopo mille difficoltà sono riuscito a trovare la stazione dei bus dove poter acquistare il biglietto da Hanoi a Vinh. Ho scelto Vinh solo perchè a metà strada con Hué, scendendo verso il sud del Vietnam. Tutti mi dicono di non andare a Vinh, è una brutta città. Non avevano tutti i torti. Ma è l’unica soluzione se non voglio prendere aereo per Da Nang, che si trova ancora più a sud. Dicevo degli impiegati, si, anche loro, niente inglese e quindi comunichiamo con Google translator. Ma alla fine in questo modo riesco ad acquistare il biglietto per il giorno dopo e a farmi scrivere il nome della stazione. Per ritornare all’hostel, ho preso un motorbike. È sempre un’esperienza, avrei voluto guidare io ma va bene così. I vietnamiti riescono a guidare con il telefono in mano e suonare il clacson contemporaneamente. Il traffico è un perenne concerto di clacson e bisogna avere cento occhi, ti passano da tutti i lati. Il giorno dopo, verso l’una e mezzo parto per Vinh.

Sui bus vietnamiti, o almeno in quelli che ho preso, c’è meno spazio. Invece delle poltrone ci sono delle poltroncine che diventano  lettini con un cuscino e una coperta. I posti sono disposti su tre file. Appena si sale sul bus, bisogna togliersi le scarpe. Lo spazio è davvero risicato, non puoi muoverti, rimpiango i bus sudamericani. L’autista è molto dinamico e sveglio. Non si fa mettere sotto dal traffico, anche perchè non possiamo stare tutto il giorno sul bus. Ci aspettano circa sette ore di viaggio. Diventa difficile riposare se l’autista ogni due secondi suona il clacson. Davvero esagerato in certe occasioni. Il clacson viene usato anche quando basterebbe usare il lampeggiante, si suona anche a distanza, si suona per salutare, insomma il clacson qui è importante quanto una ruota. Ma nel traffico vietnamita oltre a tassisti, autisti di bus e motorbike, ci sono anche i camion che di certo non restano esclusi dalla gara del traffico. Si, qui è come una gara, nessuno dorme, tutti suonano il clacson e passano alle posizioni superiori esattamente come fosse una gara ma aspettarsi pure dai camion i sorpassi, beh lì non c’ero arrivato. Peraltro tutti fra camionisti e autisti usano il telefono mentre guidano. Da noi verrebbero quasi arrestati. Sulle motorbike viaggiano in tre e anche in quattro. Intere famiglie. Altro che comprare la station wagon.

Verso le otto di sera, si arriva a Vinh. Il Vietnam mi sembra sempre più il Peru e non solo perché in alcune zone è sporco ma per alcune città fatte solo di strade. Né una piazza, una chiesa. Almeno in Perù una piazza la trovi, la solita Plaza de Armas. Qui trovi qualche scuola o ufficio del partito comunista, sempre presente nella vita dei vietnamiti. A proposito, una sera, ho mangiato un hot dog in una bancarella poco vicino al mio hotel e parlando con i ragazzi che gestivano questa attività, ho chiesto loro perché i vietnamiti non parlassero inglese. L’unica che sapeva parlare inglese perché è universitaria mi ha risposto. La sua risposta fu decisa e sorprendente, “non parlano inglese perché è troppo difficile da imparare”. Parlano inglese quelli che studiano e chi lavora in determinate strutture ricettive. Ma non tutti al loro interno. Abbiamo parlato anche della situazione politica in Vietnam e la ragazza mi ha confermato che il Vietnam è uno stato comunista ma economicamente è capitalista. Il comunismo qui si occupa solo della politica, per il resto tutti hanno uno smarthphone, pure i poveri, in questo c’è molta uguaglianza.

Dopo aver lasciato Vinh, parto per Hué, la cui pronuncia è più o meno come un nostro “weee”, altrimenti non la capiscono. Il bus si sarebbe fermato alla pompa di benzina. Mi faccio accompagnare dal taxi e resto lì ad aspettare. Non sapevo da quale lato sarebbe passato, e dove si sarebbe fermato. Poi ho cominciato a pensare che non sarebbe mai venuto. Parlare con il benzinaio è stata un’impresa e neanche Google è riuscito a fare miracoli. Ma dopo l’attesa di qualche ora, finalmente arriva il bus per Hué. Il mio rapporto con i bus vietnamiti non era del tutto negativo fino alle 6 o 7 ore di percorrenza. Il problema è arrivato con i viaggi di molte più ore. Da Hoi An a Ho Chi Minh City City, ad esempio, sono circa ventitré ore. Con l’esperienza sudamericana mi sembrava una passeggiata farmi tutte quelle ore di bus. Che vuoi che siano ventitré ore di bus, dopo avere percorso tutta la costa atlantica del Brasile in bus oppure dalla Patagonia cilena fino a Castro sull’isola di Chiloé, più di trenta ore e stavo pure bene. Ma su quei bus potevi muoverti, si facevano più soste. Su questi bus invece, con la disposizione dei posti su tre file, e per di più all’ultimo posto, avevo un malessere che poi è diventato un vero e proprio attacco di panico, quando alla sera ancora in viaggio, non riuscivo più a stare disteso nel mio posto. Dovevo uscire. Non avevo spazio, stavo impazzendo. Fortunatamente, l’autista decide di fermarsi a bere del thé, non ci credevo, ero libero. Scendo anche io e parlo con lui, gli spiego che sto male all’ultimo posto. Ovviamente con Google translator. Quando ripartiamo mi siedo affianco all’autista. Mi sento meglio. Di lì a poco avremmo cambiato cambiato bus per Saigon.

27 dicembre ©nadur.net

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