No Borders

A confused morning in Changi (SG)

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Si riparte. Adesso è il momento del Vietnam. Il Visto non è necessario per soggiorni fino a quindici giorni. Non ero di certo di questo fatto anche perchè le cose in Vietnam cambiano sempre ma sapevo che fino al giugno 2018 l’Italia aveva sottoscritto un accordo con il Vietnam per permettere visite turistiche senza Visto. Intanto la giornata a Singapore è la solita, cioè calda e umida ed il traffico considerevole già dalla mattina presto. Il mio piano prevede il volo da Singapore ad Ho Chi Minh e poi dopo qualche ora di attesa si vola ad Hanoi dove soggiornerò per quattro notti nella città vecchia. Volerò con la compagnia low-cost vietnamita VietJetAir con una bella stella gialla sul motore, molto comunista. Mi accompagna in aeroporto un amico di Singapore. L’aeroporto Changi di Singapore è immenso. Al Terminal 3 per i voli internazionali, vado a fare il check-in. Al banco del check-in della VietJetAir, si materializza il primo problema della giornata. La ragazza addetta al check-in mi chiede il biglietto di uscita dal Vietnam che in quel momento non avevo, perché pensavo di farlo più in là, ma senza quello non può rilasciarmi nessuna carta d’imbarco. La ragazza sembra infastidita, mi spiega che ha bisogno di un biglietto di uscita e anche le battute del mio amico sul fatto che io sia un “easy traveller” non la fanno stare meglio. Mi era sfuggito questo particolare dell’obbligo del biglietto di uscita. Ho letto solo più tardi che in alcuni paesi è necessario averlo per entrare nel paese. Fra questi paesi c’è il Bangladesh, l’India, le Filippine ed anche il Vietnam. Con un sorriso amaro lascio il banco del check-in per fare il biglietto online di uscita dal Vietnam, comprando la tratta Ho Chi Minh – Phnom Penh per la Cambogia per i quindici giorni successivi. Quando ritorno al banco del check-in sorge un nuovo problema. Il peso del bagaglio. Lo zaino piccolo pesa 8kg, quello grande, 11kg. Il peso massimo consentito è 7kg per il bagaglio a mano, e di 15kg per quello grande, così ho dovuto trasferire qualcosa dallo zaino piccolo a quello grande. La ragazza sempre più odiosa, si dimostra inflessibile anche con quei 200 grammi che ancora fanno la differenza. Prendo riviste, qualche libro e li metto nello zaino grande. Raggiungo il giusto peso, adesso va bene. La ragazza sorride, sembra viva.

Posso partire. Saluto l’amico e mi avvio verso i pre-controlli. A Singapore è così. Solo il bagaglio a mano, viene controllato più volte ed io invece devo dare le mie impronte digitali, i due pollici e prestarmi a fare la foto. Per le impronte a quanto pare non bastano i pollici. E pensare che avevo pure tagliato i capelli, qundi non avevo più l’aspetto da terrorista talebano afghano ma evidentemente non era sufficiente. Il sistema va in tilt e la porta continua a non aprirsi. Mi dicono di provare con gli indici, niente, la porta non si apre lo stesso, così vado verso il bancone dell’immigrazione quasi ad implorare di lasciarmi andare. A quel punto mi dicono che devo dare pure le impronte delle quattro dita della mano destra prima e sinistra poi. La situazione diventa imbarazzante in pochi secondi. Sono al centro dell’attenzione, tutti mi guardano come se fossi un ricercato, il tempo passa e sono ancora lì.  Intanto stanno registrando tutto di me ed alla fine il sistema di Singapore si arrende alla mia ferma volontà di andare in Vietnam. Così mi avvio subito verso il gate credendo di essere in ritardo. Non avrei sopportato di perdere il volo per colpa delle impronte digitali. Invece il gate ancora era chiuso, quindi la mia corsa affannosa risulta inutile. Dopo qualche minuto però si procede a nuovi controlli e posso aspettare l’imbarco che avviene nei tempi previsti. La mia prima volta in un paese comunista era vicina.

5 dicembre 2017 ©nadur.net

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