Singapore style, good or bad?

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i colori di Singapore

Nel libro Un indovino mi disse, Tiziano Terzani chiamava Singapore “l’isola ad aria condizionata”. Impossibile non usarla in questa parte del mondo, a due passi dall’equatore. Tutti la usano, la sfruttano, l’aria condizionata è la vera protagonista di questa città-Stato. Me ne rendo conto appena arrivo all’aeroporto di Changi, con “vestiti europei”e mi accorgo anche della super organizzazione ed efficienza della polizia di frontiera a cominciare dalle impronte digitali. Al ritiro dei bagagli, aspetto con ansia lo zaino, ma dopo l’ultima esperienza non ho buone sensazioni. Ed infatti poco dopo una signora dell’aeroporto mi rintraccia e mi dice che il bagaglio è rimasto ad Amsterdam e mi invita a fare la denuncia di smarrimento. Cominciamo bene. Mi assicurano che il bagaglio sarebbe arrivato l’indomani all’indirizzo segnalato. Così è infatti.
Ho trascorso circa dieci giorni a Singapore (dal malese “città del leone”). E’ un’isola, una città-Stato. Sento il clima tropicale, il caldo è incessante, è una costante delle mie giornate, i bermuda sono un obbligo. Tutto è moderno, cosa che la rende fredda, artificiale proprio come l’aria condizionata. Ma tutto è anche verde. Parchi, alberi, e vegetazione mi circondano. Tutto o quasi passa da Singapore, uno dei porti commerciali più grandi del mondo, tutte le aziende più importanti del mondo hanno una sede a Singapore, tutte le banche hanno la propria filiale. A Singapore si fanno i soldi. Tanti. La città del business e dei business-man. La gente è tanta e cresce e se si analizza il territorio a disposizione l’isola diventa piccola e la sorpresa è evidente analizzando il suo territorio di soli 719 km² con poco più di cinque milioni di abitanti e confrontandolo ad esempio con la Sicilia che ha un territorio di 25,711 km² e più o meno stesso numero di abitanti, qualche centinaio in meno. E’ pur vero che alcune zone della Sicilia non sono abitate ma certamente l’isola di Singapore è un’isola piccola con tanta, forse troppa gente. Anche per questo motivo la politica d’immigrazione di Singapore è stata sempre piuttosto oculata e continuerà ad esserlo. Non si accettano tutti, pur essendo costituita da immigrati, con prevalenza di cinesi, oltre il 70%, malesi e indiani. Negli ultimi anni peraltro c’è stata una crescita significativa che porterà fra 10 anni secondo le stime, ad una popolazione di più di 6 milioni di abitanti. Ma il caldo resterà sempre e anche l’aria condizionata. Pur esistendo una disparità di reddito elevata, i singaporiani sono riusciti per il 90% ad essere proprietari della propria casa. Quasi il 40% sono residenti permanenti e stranieri. La disoccupazione ha percentuali bassissime anche se questo dato va in netto contrasto con i diritti dei lavoratori non del tutto rispettati.

La criminalità è stata quasi azzerata. A Singapore puoi lasciare lo zaino su una panchina e ritrovarlo il giorno dopo. Ma a che prezzo è stata ottenuta la quasi assenza di criminalità? A Singapore è presente la pena di morte e le punizioni corporali, che derivano forse, più dall’occupazione giapponese che da quella inglese. La pena di morte non può essere più considerata un deterrente da molto tempo e non solo a Singapore ma in tanti paesi del mondo che ancora la permettono. Di diverso avviso il Ministro degli Esteri Vivian Balakrishnan, che lo scorso anno, di fronte all’assemblea dell’ONU dichiarava, e quasi si vantava, del beneficio ottenuto dalla pena di morte contro il diffondersi della droga e degli omicidi nell’isola e che l’hanno resa più libera e più sicura. Questa disumana punizione ha continuato ad uccidere a Singapore anche se dal 2012 è stata approvata una riforma che commutava la pena di morte in ergastolo e quindici frustate, si, tutto vero, siamo ancora alle frustate nel 2017. E questo poteva avvenire solo in caso venisse accertata la effettiva collaborazione dell’accusato. Ecco il lato oscuro di Singapore, della discutibile politica che per anni, Lee Kuan Yew ha portato avanti, detenendo il potere per più di trent’anni, controllando i media, ostacolando le opposizioni e vietando le proteste pubbliche. Per anni Singapore è stata fra i paesi che applicavano la pena di morte con più frequenza. Inoltre appena qualche anno fa è stata confermata la legge contro l’omosessualità, che vieta “atti indecenti gravi nel pubblico e nel privato” con pene fino a due anni.

Questa la realtà, che viene nascosta dalla vita sfarzosamente condotta dai propri cittadini, o per lo meno da chi può permetterselo e sono in molti. Ma anche l’apparenza ha delle venature che lasciano intravedere la vera e cruda realtà e così può succedere di incontrare qualche clochard nei sotterranei della metropolitana e questo aspetto si scontra, appena esci in superficie, con l’ordine e la perfezione “svizzera” della città, la pulizia delle strade, le zone apposite per fumatori incalliti, dove è meglio gettare il mozzicone di sigaretta nel cestino della spazzatura, per non incappare nella multa di cento dollari se vieni visto da un poliziotto. Ma ho visto tanti buttare per terra sigarette o sputare nelle aiuole. Fa specie il fatto che lo Stato entri nel privato del cittadino. Le parabole sono state vietate e allora tutti usano internet, anche illegalmente. Anche i chewing-gum sono banditi a Singapore. Un giornalista della BBC in una intervista a Lee Kuan Yew, affermò che masticare chewing-gum poteva aiutare le persone a sviluppare la loro creatività. Lee rispose: «Se riesci a pensare solo se mastichi, prova con una banana». Un leader con la risposta pronta che sapeva quello che doveva fare, che ha imparato a gestire le diverse etnie partendo dall’imposizione dell’integrazione per legge, stabilendo rigidamente che le diverse etnie di Singapore vivessero la loro vita insieme, quindi anche nella scuola e nel lavoro. Probabilmente ciò nasce dall’esperienza negativa che Singapore visse quando nel 1963 vide la possibilità di accrescere la propria economia ma anche la propria situazione politica e sociale unendosi alla Federazione della Malesia e così liberarsi della colonizzazione inglese. Ma fra i due paesi non si era creata una vera e propria unione. Non ci furono accordi sulla gestione delle diverse etnie. Un articolo della costituzione malese addirittura favoriva questi ultimi e ciò generò malcontento presso l’etnia cinese che sfociò nelle proteste razziali del 1964. La conseguenza inevitabile fu che il parlamento malese votò per l’espulsione di Singapore con grande disappunto di Lee Kuan Yew. Ma da quel momento fu un nuovo inizio, nacque la Repubblica di Singapore, quasi involontariamente. La “terza Cina” come la definì Terzani, dopo la Cina comunista e la Cina nazionalista di Taiwan, visto il vasto numero di cinesi che iniziarono a popolare l’isola, , diventò ben presto un paradiso per i cinesi emigrati qui. I cinesi singaporiani potevano finalmente arricchirsi ma vivendo in una società organizzata all’occidentale, pieno di benessere materiale, modernità e decisamente posto di attrazione turistica.

Questo passo decisivo per le loro vite lo potettero fare solo grazie alla caparbietà e alla lungimiranza di Lee Kuan Yew, che incalzato dalle critiche per la un regime duro, autoriario, spiegò che creare una società con malesi, cinesi e indiani, è possibile solo in modo rigido altrimenti sorge il caos. La gente diventa gentile ed educata, per una “educazione forzata”. Un’altra caratteristica della sua politica fu quella di rendere l’inglese la lingua di tutti, per integrare la sua società di immigrati e per facilitare il commercio con l’Occidente, mentre ha imposto il bilinguismo nelle scuole per preservare la lingua materna e l’identità etnica degli studenti. Molti controlli e molto proibizioni dunque, che forse hanno educato il popolo. Uno Stato di polizia nascosto dietro l’apparente democrazia. Tante dittature hanno fatto la stessa cosa e hanno reso il popolo schiavo. Ma i fatti sono che oggi Singapore fa parte delle tigri asiatiche dell’economia pur avendo soltanto attività di servizi, la sua esportazione supera il 70% ed è il terzo PIL pro capite del mondo. Premesso che una piena integrazione fra culture molto diverse è impossibile o quasi, le storture di questo progetto ideale di Lee Kuan Yew, vengono fuori soprattutto quando alcune etnie vengono sfruttate per determinati lavori usuranti e pagati una miseria. Un problema del presente e del futuro di Singapore, la carenza di diritti dei lavoratori, già denunciata dai partiti di opposizione. Che però bisogna dirlo da sei legislature vengono sonoramente sconfitti. Con tutto questo basta poco per scatenare la protesta, come capitò nel quartiere di Little India solo qualche anno fa quando si scatenò una protesta in seguito ad un incidente in cui morì un cittadino indiano. La mia fortuna è quella di avere amici a Singapore. Mi hanno trattato da re, ma nonostante questo sono riuscito a vivere Singapore come doveva essere vista. Ho preso il bus, la metro, ho camminato a piedi, ho sudato tanto. Ho mangiato cucina indiana, cinese, mista, ho fatto la tipica colazione singaporeana, ho visto lo zoo, la zona di Marina Bay dominata dai grattacieli, il quartiere di Little India pieno di graffiti e il quartiere arabo di Kamplong Glam. A Singapore ci sono tante cose da fare ma rischi lo stesso di annoiarti. Per chi ci vive, la vita può essere frenetica e deprimente. Dal lunedì al venerdì si lavora, il sabato si beve. La città è piena di centri commerciali. Si trova di tutto. Tanti negozi sono di abbigliamento ed ovviamente c’è tanta moda italiana. Ci sono tante auto in città, e la conseguenza sono i numerosi parcheggi sotterranei, a pagamento. Si paga tutto a Singapore. Il caldo farebbe pensare alle spiagge, al mare, ma in città trovi solo container o quasi. Ecco che unico sfogo diventa l’isola vicina di Sentosa, già urbanizzata. Si costruisce tanto a Singapore e nelle isole vicine. Dopo dieci giorni termina qui la mia visita a Singapore e mi preparo per il Vietnam, dalla ricchezza alla povertà, dall’ordine al caos ma sempre con il sorriso e l’educazione, e senza criminalità, caratteristiche di questa parte del mondo, cose che noi europei distratti dal benessere abbiamo dimenticato.

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