No Borders

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Il viaggio in Brasile doveva concludersi visitando Fortaleza e poi dopo quattro giorni proprio da lì, ripartire per l’Europa.
Nel frattempo nel cammino da Campinas fino al nord-est, parlando con amici di viaggio anche brasiliani, le voci su altre città brasiliane da visitare diventavano sempre più pressanti e curiose. Da Manaus a Belem, fino a São Luiz do Maranhão, successiva a Fortaleza, l’unica a cui potevo ambire per questione di tempo e di posizone geografica e di cui avevo visto poche ma belle foto in rete.
Di São Luiz sapevo che era un’isola e che grazie ad un ponte è collegata alla terraferma.
Città coloniale, il centro è in netta decadenza. Il passato a São Luiz rivive nei suoi edifici. Grazie alla non curanza degli amministratori di turno, corrotti, che hanno fatto pure carriera, abbandonando un’estimabile ricchezza storica coloniale al degrado, molti di questi prestigiosi immobili sono adesso abbandonati e mostrano i segni evidenti del tempo che è trascorso.
E proprio riguardo a São Luiz, rimbalzavano discorsi brasileri che affermavano con convinzione che sarebbe la seconda città del reggae del mondo, dopo ovviamente Kingston Town in Jamaica. La cosa non poteva che farmi felice ma anche sorprendermi e non poco. Sapevo del samba e del Forrò (nome nato dalle feste organizzate dai marines americani a Fortaleza che mostravano striscioni sui balconi delle caserme con la scritta “Music for all”, da qui il nome Forrò) ma non avrei mai pensato al reggae in Brasile anche se conoscevo Natiroots (già Nativus) e Pointo do Equilibrio, bands di punta del reggae brasiliano, ma sempre stata musica di serie B rispetto ad altre.
Chi l’avrebbe mai detto che in Brasile, patria della Bossa Nova, di Caetano Veloso, Chico Buarque e Gilberto Gil, era presente una città del reggae e per giunta la seconda del mondo. Quasi iniziavo a ricredermi sull’esistenza di Dio e pregustavo la visita a questa città negli ultimi giorni del viaggio ma sapevo anche che i brasiliani sono un po’ come i pistoleri del Far-West, le sparano grosse e numerose.
Intanto il viaggio andava avanti, visitavo città e spiagge famose, conoscevo gente e perdevo possibili amori ma quando mi chiedevano dove sarei andato poi, la mia risposta era sempre la stessa, che dovevo andare a São Luiz a ballare il reggae perchè São Luiz era la seconda città reggae del mondo, dopo Kingston Town in Jamaica, ovviamente. Questa risposta piaceva a tutti. São Luiz era diventata il nuovo e forse unico scopo del viaggio. Insomma un tormentone ma lo vivevo bene senza ansie particolari. Questo storia se non ricordo male mi era stata raccontata a Itacaré, poco sotto Salvador da Bahia, posto di mare incantevole con palme altissime, dove la vita scorre via lentissima, con relax assoluto ed in quel periodo si disputavano pure i mondiali o forse i campionati nazionali di surf, l’unica cosa di veloce di Itacaré.
Ritornando alla storia di São Luiz, più o meno raccontava così, che da São Luiz i bambini riuscivano a captare il segnale radio di radio giamaicane che ovviamente “suonavano” reggae tutto il giorno. Questi bambini stavano a ballare il reggae alla radio tutto il giorno e così si diffuse il reggae a São Luiz. Storia banale ed a pensarci bene pure assurda senza voler sminuire i potenti mezzi radiofonici della Jamaica.
Arrivando a São Luiz, è stata quasi una liberazione scoprire la verità, quella vera.
Me l’ha raccontata il proprietario del Bar del Porto, noto locale di musica reggae a due passi dal mare dove il palco presenta una gigantografia di Bob Marley.
La verità è la più semplice e molte volte quella con più senso. Gli emigrati di São Luiz che lavoravano nelle Antille o comunque ai Caraibi quando tornavano a casa per le feste portavano musica reggae, ma anche dub o calypso. E la storia delle radio “rubate” dai bambini? Una riuscita mossa di marketing maranhense, che ha portato alla creazione di tanti souvenirs dalle magliettine alle tazze, ai piatti, con il tipo rasta e la scritta “Ilha do amor, ilha do reggae”. Até mais São Luiz!

Tornato in Italia ho fatto un po’ di ricerche ed è spuntato un articolo grazie ad un’amica. Evidentemente era tutto vero e il documentario Sintonizah ne è la prova. link

©nadur.net – 30 agosto 2011

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