No Borders

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Un bus abbandonato a Paso Cajón

Alcuni giorni a San Pedro de Atacama sono proprio quello che serve prima di cominciare a salire di quota. Sembra di vivere ai tempi di Gesù in questo piccolo borgo del Cile, dove il tempo non esiste e tutto o quasi è polveroso. Le case sembrano tutte baracche di paglia ma in realtà sono delle belle case. D’altronde qui siamo nel bel mezzo del deserto di Atacama che una volta era boliviano ma poi diventò cileno in seguito alla guerra del Pacifico. Ma ormai è il momento di andare in Bolivia, così in paese mi informo su quanto costa il viaggio in auto fino ad Uyuni. Per sole 20000 pesos cileni(circa 25 euro), un autista boliviano con un fuoristrada 4×4 ti accompagna fino ad Uyuni. Dopo una serata simpatica a base di tequila con amici cileni, è più pesante svegliarsi alla mattina ma il viaggio chiama. Attendo insieme a qualche altro viajeros l’arrivo del bus, che in perfetto orario o quasi ci accompagna fino al posto di dogana cilena. Sbrigate le prima formalità tipicamente nazionaliste della giornata, si parte verso Paso Cajón, dove bisogna nuovamente presentarsi alla dogana, stavolta boliviana, per entrare in Bolivia. Fuori dagli uffici della dogana c’è un gran via vai di gente, qualche bancarella, chi ritorna in Chile, chi come me, va in Bolivia, chi cerca di vendere ancora qualche viaggio. Siamo nel punto più alto mi dicono, oltre i 4000 metri (poi scoprirò che mi trovavo a 4480 metri sul livello del mare) e si sente l’aria che ti manca sempre di più. Intanto una vecchietta che sicuramente stava meglio di me mi vende qualche boliviano a prezzi concorrenziali. Certamente meglio della banca. Nel frattempo, ottenuto il lascia passare dall’ufficio immigrazione e terminate le procedure amministrative, come per magia si materializza l’autista con il suo fuoristrada Toyota. Sapeva già chi ero, ed insieme a Sergio, un professore brasiliano, che già mi aveva accompagnato dalla mattina, ci prepariamo a partire. Saliti in macchina, mi accorgo del sacchetto pieno di foglie di coca. Eccole lì, a portata di mano. Se ne era parlato fra viaggiatori nei giorni precedenti e sinceramente senza nessun particolare interesse da parte mia. Chiedo se posso assaggiare ma erano proprio lì per i viaggiatori, todo incluido. La testa mi girava già da un po’ per l’altura come se mi dovesse scoppiare (ma anche per la tequila) ma neanche con le prime foglie riuscivo a stare meglio.

Prima di partire per questi luoghi lontani, sapevo della possibilità e soprattutto della necessità in taluni casi di prendere un po’ di foglie di coca, per alleviare le “fatiche del viaggio”. A differenza di numerose persone convinte che si trattasse di cocaina, avevo un’altra idea delle foglie di coca. Sapevo già che non si trattava di cocaina, anche senza informarmi nello specifico. Sono cose che si sanno, un po’ come sapere che l’alcol ti fa ubriacare. Ma in ogni caso avevo deciso di leggere qualcosa sul potere di queste magiche foglie e anche sui paesi dove era possibile comprarle (Nord Argentina, Bolivia e Perù) e quali assolutamente no. Avevo pure visto qualche documentario sulla Bolivia dove il Presidente Evo Morales spiegava che le migliori foglie dovevano essere di un bel colore verde. Il mio pensiero riguardo alle foglie di coca, era quello degli anziani seduti per terra, che senza denti ancora le masticavano. Le foglie di coca sono come il tè, forse qualcosa in più nel senso che trovandoti ad un’altura di 4480 metri può girarti un po’ la testa e masticando un po’ di foglie, è possibile eliminare quella sensazione di malessere. O per lo meno ci si prova. Ma qual è il grande dilemma? Come si usano? L’autista ci spiega, a me e all’amico brasiliano come usarle. Bisogna prenderne un po’ e tenersele in bocca, non per forza masticarle, ma succhiarle, creando una palla in bocca, il che non mi faceva assolutamente piacere. Il senso di vomito sarebbe dovuto scomparire, ed invece aumentava. Riesco ad avere qualche effetto rilassante solo dopo un po’ ma capisco che masticare le foglie non fa per me, meglio il mate de coca, ovvero foglie immerse nella tazza di acqua calda ed infatti in seguito sarà solo questo l’unico modo per usare le foglie di coca. Il mal di testa intanto non va via, anche perché la strada è la tipica strada di campagna boliviana, tutta sterrata e bisogna stare sempre con i finestrini chiusi altrimenti la polvere ci avrebbe sopraffatto. I numerosi cigolii del fuoristrada mi entrano nel cervello, fastidiosissimi. Il viaggio è lungo. All’incirca si prevedono dalle nove alle dieci ore di viaggio. Siamo partiti alle 10.Ma intanto fuori c’è il deserto infinito, non c’è anima viva, tranne qualche altro fuoristrada che ci sopravanza o che si ferma. Il paesaggio cambia continuamente. All’improvviso si incontrano ruscelli, che bisogna attraversare in macchina, lagune e vulcani spenti che dominano il paesaggio circostante, con la sua terra rossa somigliante sempre più ad un paesaggio lunare o marziano. Mi sentivo molto nel far-west di John Wayne, anche quando mi accorgo fra la polvere che ci toglie la vista dai finestrini che un gruppo di lama sudamericani, gli alpaca, quasi ci salutano al nostro passaggio. Si incontrano pure le terme naturali. Dopo aver percorso un tratto di strada a doppio senso dove abbiamo incrociato anche Tir di una certa stazza, non senza una certa pericolosità, giungiamo presso l’unico villaggio esistente nel raggio di migliaia di chilometri, Villamar, un pueblito che vive proprio del passaggio dei turisti, un paese di poche anime che si autofinanzia, dove è presente la sbarra del passaggio a livello. Il territorio appartiene a loro, che appunto si autofinanziano tassando i turisti in transito. Si è obbligati a pagare, altrimenti si torna indietro. Qui ci siamo fermati un po’, per una sosta, cercando di riposarci in vista dell’ultimo tratto di strada decisamente migliore fino ad Uyuni.  ©nadur.net – 4 agosto 2010

Villamar, bimbi che giocano

 

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