No Borders

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Siamo a Cuba, L’Havana. E’ il 12 luglio del 2008. Raul Castro si appresta a fare il discorso di apertura ai suoi amici compagni in quella struttura che loro chiamano Parlamento.
Ma prima una doverosa premessa.
Il comunismo si fonda sul fatto che lo Stato debba detenere tutte le ricchezze del paese. La terra è data solo in gestione ai contadini ma appartiene allo Stato. L’economia è totalmente nazionalizzata. L’uguaglianza si fonda proprio sull’uguaglianza dei salari e non su quello dei meriti. Da questo punto di vista Lenin fu davvero un progressista. A Cuba e negli stati comunisti funziona così. Ovviamente neanche a parlarne di Montesquieu e divisione dei poteri.
Raul Castro, dallo scorso febbraio, detiene i pieni poteri del paese, dopo la rinuncia del fratello Fidel, gravemente malato. Adesso è lui il Presidente del Parlamento, il Capo delle Forze Armate, il Presidente della magistratura, il Capo dello stato a vita! E’ un Dio!
Premettendo che il suo discorso era stato comunicato anche al fratello Fidel, non presente all’assemblea (non credo sia rimasto molto contento, ma ad 81 anni portati male non ci si può soffermare su queste sciocchezze), Raul elabora una frase che non ha precedenti nella storia degli stati comunisti, spiegando che vuol dire socialismo, oggi.
Socialismo significa giustizia sociale ed eguaglianza, ma eguaglianza dei diritti e delle opportunità e non dei salari. Il fratello del Lider Maximo ha chiesto ai cubani di aumentare la produttività, per far fronte ai tempi difficili. L’obiettivo è lavorare di più, soprattutto nel settore agricolo: le terre incolte saranno concesse in usufrutto ai privati. Tante aspettative, dopo i provvedimenti che hanno permesso la libera compravendita di telefonini, personal computer e dvd, scongelato le licenze per i trasporti privati e consentito ai cubani di alloggiare in hotel prima riservati ai soli turisti.
La visione “realistica” del Paese ha recentemente portato il governo di Castro ad innalzare di cinque anni l’età del pensionamento dei lavoratori. Il mese scorso è arrivato l’annuncio che dal primo agosto gli stipendi dipenderanno dalla produttività in tutti i posti di lavoro. E il richiamo alla produttività si è ripetuto anche oggi: “Si lavora poco, si lavora sempre di meno. Scusate la crudezza delle mie parole”. Per aumentare l’efficienza, ha detto ancora Raul, sarà anche necessario un taglio dei “sussidi eccessivi” e un “adeguato sistema di tasse e contributi”, volti a sostenere i servizi gratuiti, quali la Sanità e l’Istruzione.
Con questa discorso Raul Castro è passato alla storia. Una discorso davvero pesante e contraddittorio per qualsiasi comunista sulla Terra, un colpo al cuore, un colpo a tutte le rivoluzioni rosse che si sono alternate nelle vita degli stati nazionali. Ma anche un discorso che, a chi si professa democratico, lascia scettici sulle vere intenzioni del nuovo leader cubano. Testimonianze dirette di questo scetticismo sono i recenti casi di poca uguaglianza di diritti capitati prima alla pallavolista Taj Aguero e alla band punk-rock cubana Porno para Ricardo. Ce ne sono migliaia di questi casi ma non tutti ottengono la visibilità necessaria.
Quindi cosa è successo a Raul? Non gli è successo nulla di importante. Nessuna conversione!
E’ altresì chiaro che agli occhi dell’opinione pubblica globale, Raul Castro deve dare un segnale che il nemico non è lui, anche e soprattutto per un discorso economico, per via dell’embargo statunitense. Forse però si è reso conto che la produttività è legata con il salario. Se il salario è garantito è chiaro che la produttività decresce. Non si è stimolati a fare meglio perché tanto sai che il tuo salario è già lì, conservato. Buena vida Raul.

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