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da repubblica.it

Quando Roberto Toscano arrivò in Cile, nel 1971, non aveva neppure 30anni. Il suo trentesimo compleanno lo festeggiò due settimane dopo il golpe dell’11 settembre 1973 che segnò la drammatica fine dell’esperienza del governo, democraticamente eletto, di Salvador Allende.
All’epoca era agli inizi di una brillante carriera diplomatica. Secondo segretario dell’ambasciata italiana di Santiago, insieme all’incaricato di affari Piero De Masi, salvò 600 cileni dalla dittatura militare.
Toscano, ex ambasciatore, con incarichi diplomatici anche in India e India, oggi è presidente della Fondazione Intercultura. Collabora con il quotidiano La Stampa e prestigiose riviste internazionali.
A Parma per alcuni giorni, il diplomatico (classe 1943), racconta al nostro giornale la sua esperienza. “Il Cile è stato il mio primo incarico. Era un Paese relativamente tranquillo rispetto agli altri del Sud America. C’era molta violenza verbale tra le forze politiche ma non si pensava potesse andare così. Aveva una tradizione democratica, per questo il golpe fu uno shock, un trauma, un vero tsunami, un evento del tutto imprevedibile”.
Le immagini dell’11 settembre cileno sconvolsero il mondo. Il palazzo presidenziale bombardato, il presidente Allende, poi morto molto probabilmente suicida, con il mitra in mano. “Fu in senso etimologico una catastrofe, cambiò tutto. Prima ogni forza politica aveva una radio, dopo il golpe smisero di trasmettere, per poi riprendere a reti unificate con i bollettini dei militari. I colpi di Stato, ieri come oggi, si assomigliano sempre”.
Toscano, secondo segretario dell’ambasciata, insieme all’incaricato d’affari Piero De Masi, si trovò a reggere le redini della nostra rappresentanza diplomatica. L’ambasciatore si trovava in Italia e Roma, non avendo riconosciuto la Giunta militare, decise di non rimandarlo in Cile.
“Subito dopo il golpe corsi in ambasciata, le comunicazioni erano impossibili. Il telex era stato spento, restammo isolati per giorni. Poi mi ricordai di un amico parmigiano che studiava a Santiago e che aveva la famiglia a Mendoza, in Argentina, vicina al confine, la cui rete telefonica era collegata direttamente con quella cilena. Chiamai sua madre chiedendole di contattare il ministero degli Esteri in Italia per rassicurare che stavamo bene”.
Fu solo l’inizio di quello che sarebbe stato un anno carico di avvenimenti, con l’ambasciata italiana che si trasformò in un luogo di asilo e accoglienza per centinaia di rifugiati. “All’inizio fornimmo aiuto ai nostri connazionali. Ricordo in particolare un ragazzo di Lotta continua. Si presentò da me per ricevere assistenza, poi per alcuni giorni non ne ebbi più notizia. Andai al ministero degli Esteri, che occupava un ala del palazzo presidenziale sopravvissuta ai bombardamenti. Trovai il suo nome in un lungo elenco di arrestati, tutti in custodia allo Stadio nazionale, dove mi recai per andarlo a prendere. Fu un’esperienza forte. Vidi persone con le facce premute contro il muro. Alle fine venne rilasciato. In seguito fornimmo assistenza anche ad alcuni italo-cileni”.
Poi arrivarono i primi cileni. Ogni giorno decine di persone scavalcavano i muri che circondavano la sede diplomatica, una villa in un grande parco. Toscano ricorda che il diritto internazionale non riconosce l’asilo diplomatico, ma in America latina, a causa dei numerosi colpi di Stato, si trattava al contrario di una prassi abituale.
“Una parssi completamente sconosciuta per noi italiani. Devo dire che il ministero degli Esteri andò un po’ nel pallone.  Il mio collega – De Masi, autore del libro “Santiago 1 febbraio 1973-27 gennaio 1974″ (Bonanni editore) – si è dovuto prendere la responsabilità di decidere, c’è voluto un po’ di coraggio”.
In un anno, ben 600 cileni trovarono accoglienza nell’ambasciata. “Gli adulti entravano scavalcando il muro, i bambini venivano aiutati. Alla fine, con uno strappo al protocollo, risolvemmo di andare a prenderli con la macchina diplomatica. I problemi erano tantissimi, dalle cucine, alla pulizia. Non avevamo il personale per assistere tutta quella gente. Così, d’accordo con i rappresentati politici, attuammo forme di autogestione. Non era una situazione semplice, specie con la seconda ondata di arrivi, spesso composta da persone torturate, arrestate, minacciate, individui segnati fisicamente e psicologicamente”.
Tanti, tantissimi gli episodi racchiusi in quell’isolato di speranza e libertà rappresentato dalla nostra sede diplomatica, che si trovò anche sotto la minaccia di essere attaccata dall’esercito cileno. “Una sera mi chiamò l’ambasciatore indiano, in buoni rapporti con la Giunta militare. Mi disse che era in atto un piano per arrivare a svuotare l’ambasciata. Furono giorni di grossa tensione. Alla fine prevalse un’altra linea: per il governo dei militari era importante essere riconosciuto”.
Toscano lasciò il Cile nel 1974. Un addio determinato dagli eventi. “Mi trovai a reggere la sede diplomatica per alcuni giorni, in assenza dell’incaricato. Una sera mi arrivò una chiamata. Mi riferirono che era stato buttato un cadavere all’interno dell’ambasciata. Si trattava di una giovane donna, la moglie di uno dei capi del Mir – il Movimento di sinistra rivoluzionaria – che era stata catturata ed era poi morta sotto tortura. Fui costretto a fare entrare la polizia criminale, furono momenti di incredibile tensione, avevamo paura per la presenza di infiltrati dei servizi segreti, ma per fortuna non accadde nulla. Il giorno dopo venne a trovarmi un giovane giornalista. Mi riferì la versione ufficiale: la donna era stata uccisa dai suoi compagni, addirittura nel corso di un’orgia. Io gli raccontai tutto, facendo presente che era stata gettata nel cortile durante il coprifuoco, quando potevano circolare solo i militari. Coraggiosamente riportò integralmente le mie parole e così tutti i giornali mi accusarono di essere un calunniatore dei militari. Chiamai subito Roma, spiegando che qui avevo chiuso, in queste condizioni non potevo più essere utile. Probabilmente sarei stato espulso, più saggiamente andai via”.
L’11 settembre cileno coincide, per un singolare ricorso storico, con il tragico attacco delle Torri gemelle a New York, nel 2001. Dodici anni dopo in Medio Oriente le primavere arabe si sono progressivamente trasformate in sanguinose lotte civili.
Eventi, secondo Toscano, solo apparentemente diversi: “Si cambia discorso, ma non di molto. In Cile il ritorno alla democrazia è avvenuto attravarso un processo lento, una lunga transizione, ma dopo il trauma del golpe non vi è stata più violenza. Lo stesso è avvenuto in Iran a seguito della  rivoluzione del ’79. Nel 2009 non vi furono violenze, se non da parte del regime. Nel Medio Oriente deve nascere un tessuto democratico. Prendiamo la Libia, oggi è in mano alle milizie. Rovesciare un dittatore non risolve nulla, se non c’è un rispetto minimo. E così oggi assistiamo a odi tribali. I cileni prima del golpe si erano illusi di esserne immuni, ma avevano ragione nel credere che quella cultura democratica sarebbe tornata a influenzare il sistema politico”.
Uno scenario difficile per l’Occidente che ha commesso molti errori. “Sì, c’è un’incertezza di fondo. Prima, nel corso della guerra fredda e poi nella lotta al terrorismo, sono state appoggiate le dittature. La foto di Kerry – segretario di Stato Usa – con Assad sta facendo il giro della rete e risale solo al 2009. I rapporti tra i due Paesi non erano cattivi. Poi la gente è esplosa, perché non ne poteva più. E’ come se fossero dei super indignados, stanchi di sistemi politici che favorivano solo i clan e poche famiglie. Una indignazione per le umiliazioni che subiscono i popoli senza diritti. Nelle rivolte c’è una dimensione sociale prima che politica”.

Un contesto molto frammentario che rende complessa l’azione politica democratica. “In Medio Oriente democrazia vuol dire che chi ha la maggioranza governa, escludendo, se non perseguitando, la minoranza. I democratici non sono liberali. E dall’altra parte i laici liberali non sono democratici. In Egitto sono tutti a sostegno del colpo di Stato. Diventa difficile scegliere, è un dilemma insolubile”.

Un po’ come in Sira, dove Obama è pronto a usare la forza. “Capisco l’incertezza del presidente americano, che non vede l’ora di liberarsi di uno come Assad. Eppure il dopo può essere peggio. I migliori combattenti, almeno una parte, non sono seguaci di Thomas Jefferson ma come ha raccontato Quirico – l’inviato rapito e poi liberato de La Stampa – sono banditi, gente di Al Qaeda, è un po’ come l’Afghanistan”.

Lasciamo l’ambasciatore con un ultimo pensiero per la sua Parma dove ha studiato – scuola e università – prima di intraprendere la carriera diplomatica. Toscano non commenta la situazione politica della città – ora vive stabilmente a Madrid – e si limita a un suggerimento. “La cosa che più colpisce è che sia diventata multietnica. Parma dovrebbe puntare sull’intercultura per favorire i rapporti tra le comunità. E’ un progetto difficile, ma solo così si può evitare la nascita di ghetti”.

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