No Borders

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Un’altra pellicola su un periodo duro, triste e angosciante della società civile argentina.
Con la dittatura militare di Videla, che dal 1976 all’1983 sconvolse il paese, ci furono tanti esiliati. Questo è il punto di vista di questo film. La prospettiva di Juan, 12 anni che, esiliato con i genitori, guerriglieri peronisti dei Montoneros, ritorna in Argentina sul finire degli anni 70 ed è costretto a cambiare nome e vivere da clandestino nel proprio paese.
La vita di Juan viene inevitabilmente condizionata dall’attivismo dei genitori, dalle riunioni dei guerriglieri,  dai nascondigli, dai continui cambiamenti, dalle infinite casse di cioccolato in garage che servono come prova del lavoro del padre, con la scritta Industria argentina, perchè vige l’autarchia, specialemente in quel periodo storico. Ma nella vita di un dodicenne tutti questi cambiamenti sono montagne altissime quasi impossibili da valicare. L’infanzia rubata è qualcosa di concreto che il giovane Juan respira ogni giorno.  Anche lui come i suoi genitori deve vivere nascosto, da clandestino appunto. L’uccisione dello zio è un’ulteriore mazzata che irrobustisce l’animo di Juan.
All’altruismo combattivo dei genitori che lottano per un mondo migliore, contro un’Argentina che diventa sempre più patriottica e che uccide i propri figli,  si contrappone l’egoismo rivoluzionario dei genitori che non si fermano davanti a nulla, che pretendono e riescono a imporre la loro stessa vita al loro figlio che ad un certo punto vorrebbe diventare subito grande o forse già lo è diventato. Inoltre il non volere affidare i figli alla nonna racconta l’altra faccia della tragedia, la beffa. Infatti fu una scelta determinante quella, visto il metodo dei militari che era quello di “rubare” i neonati e darli ai miliatri che non potevano avere figli. Ma la madre non poteva sapere. Nessuna madre desaparecida poteva sapere che il proprio neonato veniva “rubato” dai militari.
Ancora oggi mancano all’appello parecchi figli di desaparecidos ma molti sono ritornati a casa. La trama del film racconta una storia vera, quella del regista del film, Benjamín Ávila, che visse in prima persona un film ma non era un film. Dovette crescere da subito, subire l’assassinio della madre e il rapimento del fratellino che nel film è una sorellina. Adesso con questo film ha avuto l’opportunità di raccontare la sua storia. Chissà quante ce ne sono ancora di storie da raccontare. Ci saranno altri film. Denunciare e testimoniare è fondamentale, è vitale, per tutti quei neonati che sono stati rapiti e ai quali hanno rubato la vita.
La scelta di rappresentare le scene drammatiche del film in chiave animata lascia il segno proprio come quella di avere subito il furto di un’infanzia.

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