Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero.

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hola a todos

 
Di Admin (del 02/01/2012 @ 17:10:33, in politica&società, linkato 39 volte)
 
Di Admin (del 29/12/2011 @ 02:52:49, in musica, linkato 10 volte)

 

 

Un documentario trasmesso da Cult (canale sky), narra la storia del reggae dalle sue origini, dall'influenza dell'R&B, il sound system, lo ska giamaicano e rock steady fino alla sua evoluzone migliore, la leggenda Robert Nesta marley  ma anche la storia di un paese, la Giamaica che, ottenuta l'indipendenza dall'impero britannico nel 1962, ha visto il paese sfociare in un clima di perenne violenza.

 
Di Admin (del 02/12/2011 @ 18:39:00, in no justice for all, linkato 17 volte)

 

Da un estratto del documentario di Patricio Henriquez, trasmesso in Messico su Canal 11, in Cile, nel 1986 sul finire della dittatura Pinochet (1973-1990), viene descritta una delle pochissime ribellioni del popolo cileno alla dittatura. Si canta di fronte al Palazzo della Moneda canzoni di libertà. Un documento che esprime con chiara evidenza la situazione di angoscia e di sottomissione del popolo cileno di fronte ai carabineros, le forze dell'ordine cilene. La paura che si legge sui volti della gente è impressionante. A chi pensava che in Italia potesse esistere ai giorni nostri, una situazione del genere, la visione di questo video, non può che farlo ricredere. Oggi il Cile vive un periodo migliore anche se alcune strutture del potere passato sono rimaste più o meno le stesse. Il Cile non vuole dimenticare il suo passato e tutti i popoli liberi di oggi dovrebbero conoscere la storia affinchè non si ripetano più repressioni di questa crudeltà.

 
Di Admin (del 30/11/2011 @ 20:53:03, in politica&società, linkato 27 volte)

Una delle idee di maggior peso e pericolosamente sottovalutate uscite dalla Silicon Valley questo autunno è il frictionless sharing (letteralmente «condivisione senza attrito»). Così come è stata esposta in settembre dal fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, questa idea potrebbe cambiare radicalmente - e non in meglio - il modo in cui fruiamo della cultura su internet.

Il principio alla base del frictionless sharing è subdolamente semplice e attraente: invece di chiedere agli utenti di rendere noti i loro prodotti preferiti - i film che guardano online, la musica che ascoltano, i libri e gli articoli che leggono - perché non registrare automaticamente tutte le loro preferenze, liberandoli in questo modo dal fastidio di doverle comunicare e permettendo agli amici di scoprire automaticamente altri contenuti interessanti? Se Zuckerberg otterrà quel che vuole, ogni singolo articolo che leggeremo o canzone che ascolteremo sarà condivisa costantemente con gli altri – senza dover più fare clic sugli appositi, fastidiosi pulsanti.

Questo è esattamente ciò a cui Facebook mira nel progettare strumenti che registrano tutto ciò che si consuma sul sito (e, inutile dirlo, consumiamo sempre più informazioni senza avventurarci fuori da Facebook). Non è impensabile che presto Facebook riesca a creare sistemi che prendono nota anche di quello che facciamo al di fuori. A questo punto, non si tratta più di una questione di tecnologia, ma di ideologia, di far sembrare la condivisione del tutto normale, perfino desiderabile.

La tecnologia esistente, in effetti, permette già a Facebook di raggiungere il suo obiettivo: solo poche settimane fa, il gigantesco social network è stato costretto a riconoscere che continuava a seguire le attività online anche di quegli utenti che avevano effettuato il logout dal sito.

Naturalmente, una buona ragione per opporsi a un futuro dove ogni nostro clic viene registrato e condiviso con gli altri, è il timore di una sorveglianza onnipresente. Silicon Valley è riuscita a dissipare tali preoccupazioni sostenendo che molti utenti di Facebook non si opporrebbero al frictionless sharing, perché non pensano che vi sia qualcuno effettivamente interessato a quel che ascoltano o leggono.

Può essere vero, ma chi ragiona così di solito sottovaluta la capacità delmarketingmoderno, delle organizzazioni politiche e dei servizi segreti di intuire molte cose su di noi da informazioni che sembrano del tutto innocenti. Vi sono numerose ricerche che dimostrano come sia facile indovinare la tendenza sessuale degli utenti semplicemente analizzando i loro amici su Facebook; o stimare il reddito analizzando quanta musica e video acquistano online; o ipotizzare la razza, basandosi su criteri di massima che indirizzano le scelte culturali di determinati gruppi etnici in relazione a musica, film, libri, e così via. Studiare gli articoli che gli utenti leggono online permette di stabilire il loro orientamento politico. Si metta insieme tutto questo e si finirà con l’ottenere un ritratto abbastanza preciso di un utente. E naturalmente, a differenza degli archivi ben custoditi della polizia, queste informazioni sono accessibili a chiunque voglia esaminarle e trarne dei vantaggi.

Ma i problemi non si limitano al monitoraggio pervasivo. Che cosa succederebbe se le aziende che fanno affari con Facebook prendessero l’abitudine di usare gli stereotipi formati dai brandelli di informazioni che forniamo loro per collocarci nelle loro ristrette categorie – ad esempio, «hippy laureato che ascolta musica alternativa ed è tendenzialmente di sinistra»?

Usando il frictionless sharing le aziende finiscono per lavorare con ciò che lo scrittore americano di tecnologia, Eli Pariser, chiama la «cattiva teoria dell’identità»: cominciano col fare ipotesi incomplete su chi siamo basandosi sulla musica, i libri o i film che consumiamo, poi cercano di scoprire in quale categoria preesistente di marketing rientriamo, e infine ci forniscono contenuti che altri utenti di quella categoria amano. Naturalmente, l’unico modo per «correggere» le ipotesi errate che le aziende fanno su di noi è fornire ulteriori informazioni su noi stessi, rivelando altri dettagli su quali canzoni, film o libri ci piacciono.

Il pericolo è chiaro: a noi utenti di Internet sarà presto negato spazio per la crescita intellettuale, perché saremo bombardati con link che ci indirizzano verso materiale che probabilmente approveremmo comunque. Il frictionless sharing diminuisce lo spazio per la provocazione, lo scandalo, lo squilibrio estetico, e fa diventare Internet la peggior parodia di Silicon Valley, dove si presume che tutti siano sorridenti e si sentano sempre meravigliosamente bene. In questa idea c’è però qualcosa di ancor più repellente. Il motivo per cui abbiamo messo consapevolmente in comune dei link online è che abbiamo pensato fornissero contenuti interessanti, stimolanti, divertenti, pericolosi od orrendi. Abbiamo dovuto dare giudizi su quello che abbiamo visto, abbiamo dovuto valutare – articoli, canzoni, libri. Certo, la maggior parte di queste opinioni sarà stata superficiale, ma ci ha costretti a esercitare il senso critico, a comportarci da esperti – anche se solo per un pubblico di dieci amici.

Ci possono essere molti motivi per non amare questa democratizzazione della critica, molti critici professionisti si sono affrettati a biasimare le recensioni di libri scritte frettolosamente su Amazon perché abbassavano lo status culturale della tradizionale critica letteraria. È però positivo, almeno nella prospettiva di una crescita della coscienza civica, che un numero sempre maggiore di persone si occupi in modo critico di cultura, invece di consumare in silenzio quel che gli viene offerto.

Ma l’ideologia del frictionless sharing cerca di promuovere un rapporto con internet di tipo molto diverso, in cui gli utenti non sono visti come critici, pronti a distinguere tra diversi tipi di contenuti, ma piuttosto come robot senz’anima destinati solo al consumo di contenuti, da inserire poi in grafici statistici, tendenze e database, in modo che gli si possano vendere sempre nuovi contenuti. Non mettiamo più consapevolmente in comune quel che ci piace: Facebook, invece, condivide tutto per noi, il bello e il brutto, l’interessante e il banale.

Certo, i nostri amici potranno ancora sapere che cosa ascoltiamo o leggiamo - anche se non è molto probabile che riescano a farlo, dato che nessuno può tener dietro a un così ampio flusso di dati di tutti gli amici online – ma nessuno si aspetterà più da noi dei giudizi su qualcosa. Quel che conta non è il nostro parere su un libro, un film o una canzone, ma il fatto che li abbiamo cercati su internet, perché questo consentirà di predire il nostro «tipo di personalità», venderci della pubblicità e, forse, raccomandarci un altro libro. È ora che ci rendiamo conto che Facebook sta eliminando la gioia, il caos e la grande varietà di opinioni che circolano su internet, sostituendovi un sorriso artificiale, una efficienza noiosa e una interazione con la cultura tanto ampia quanto incolore. Se non si vedono le probabili conseguenze del frictionless sharing, il futuro facile e senza problemi che Silicon Valley ci promette rischia di essere un disastro per chi cerca di promuovere il pensiero critico.

twitter@evgenymorozov

(traduzione di Maria Sepa per corriere.it)

Evgeny Morozov

 
Di Admin (del 18/11/2011 @ 13:34:47, in politica&società, linkato 33 volte)

Dopo Brežnev e Honecker, un altro bacio  destinato ad entrare nella storia, anche se solo nella storia della pubblicità, il bacio fra il papa Benedetto XVI e l'Imam.Il Vaticano ovviamente non capisce, anzi, minaccia querele, per una campagna pubblicitaria, denominata Unhate, sicuramente provocatoria che non esclude alcun potente della Terra, da Sarkozy ad Obama.

Andate in pace. 

 

 

 

 
Di Admin (del 14/11/2011 @ 14:24:25, in politica&società, linkato 13 volte)

Non vuole andare via. Dopo aver dato le dimissioni, ci mancava pure il suo videomessaggio proprio in stile elezioni 1994 con la solita storia sull'italia, sul fatto che ha le radici qui e che ama questo paese.. Ha promesso che raddoppierà il suo sforzo per l'Italia. Nessuno glielo ha chiesto. Peggio di un virus, non vuole lasciare la politica. A questo punto speriamo solo nella giustizia divina che se lo porti via. Amen 

 

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